“L’americanizzazione del cibo”
Posted by Giacomo in Aria fritta & co. on marzo 14th, 2012 | No Comments »Mi trovavo in uno di quei discount tipici del centro Europa, lo so, una persona attenta ai diversi consumi alimentari non dovrebbe recarsi in questi posti sinonimo di convenienza ma anche scadenza.
Del resto io cerco di dedicare almeno un giorno alla settimana al trash food, il cibo spazzatura, perché il nemico va conosciuto bene se deve essere affrontato, deve essere assimilato, reso assiduo da una continua interiorizzazione.
Quindi girovagavo tra gli scaffali del discount alla ricerca degli ingredienti che compongono un cheese-burger. Fortuna volle che proprio in quella settimana venivano offerti prodotti in stile yankee: panini al sesamo o per gli hot dog, pizze surgelate “Supreme” spesse e condite con funghi, salamino, peperoni verdi, mais, salse varie ai mirtilli o al barbecue, biscotti con pepite di cioccolato. Era una promozione, in termini pragmatici il fornitore di tutti questi prodotti offriva all’acquisto la probabilità di vincere un premio, nel caso specifico si trattava di un viaggio a New York con tanto di visite speciali e servizi extra.
Una volta arrivato alla cassa, incasellato su una fila di uomini e packaging che sembrava non avere fine, cominciai a pensare accartocciando tra le mani il foglio della promozione su cui stagliava una chimerica statua della libertà.
“Il muro di Berlino è caduto, provocando il collasso del blocco sovietico, ma ammettendo che le cose fossero andate diversamente ora sarei qui a cercare le materie prime per un’ottima zuppa di rape e vincerei un viaggio a Mosca”.
Pensai. Il muro di Berlino è caduto e la sua onda d’urto culturale si è abbattuta profondamente sulla nostra penisola, incidendo quindi anche sul modo di mangiare. La città di Napoli, ad esempio, necessitò di un reparto ospedaliero apposito per la cura delle malattie cardiovascolari solo a seguito dello sbarco delle truppe statunitensi, che portarono lì non solo la libertà ma anche un carico di cibo in scatola, dolciumi che si frapposero nelle portate della dieta mediterranea con esiti terribili.
L’hamburger è il simbolo di tutto questo e a mio modo rappresenta in senso metaforico l’abitazione idealizzata dello stile di vita secondo Nixon, la praticità legata e finalizzata alla velocità. È il cibo dell’uomo che lavora, che considera che il motto “il tempo è denaro” possa essere applicato anche nel momento del pasto. Niente di più sbagliato. Tutto ciò ha dato origine alla diffusione di modelli consumistici sbagliati: il fast food, il kebab, “l’apericena”. Persino certi cuochi prestano la loro immagine per diffondere questo morbo alimentare.
Ma oramai sono a casa e addento i cheese-burger appena fatti, saziano e hanno un effetto incredibilmente rilassante e mi chiedo come questo cibo possa aver fatto diventare sovrappeso ben il 30% della popolazione americana. Il sogno americano è quello di una società bizzarra e strampalata dove il povero mangia male e tanto e il ricco mangia poco ma pagando la qualità. Così anche qui in Italia, la drogheria, il fruttivendolo e in generale le piccole attività di distribuzione sono appannaggio di pochi contro molti che devono invece ricorrere al supermarket e alle realtà dispersive e senza faccia. Il cheese-burger è ormai finito e lo sfogo è stato colmato.
This is Italy.





