Il Kebab entra nel paniere Istat 2011 ed è già polemica

Posted by Giacomo in AlterGaster on febbraio 8th, 2011 |  No Comments »

Oltre ai tablet di ultima generazione, il salmone affumicato e i biglietti per trasporti interurbani a dare una definizione più completa di quanto e come spendono gli Italiani è stato l’ingresso nella lista del cibo etnico in generale e del nostro bene amato kebab in particolare.



Non faccio politica si sa, ma quando questo semplice dato frutto di numeri e consumi veri viene estrapolato dal contesto prettamente economico per elargire alla ben’e meglio le solite retoriche sempliciotte ad effetto io non ci sto. Ho provato un letterale ribrezzo nel leggere il commento di un anonimo giornalista del Giornale che snocciola riga dopo riga i classici pregiudizi, definibili in termini psicologici come sintomatiche gravi di neofobia alimentare, che aleggiano di fronte a un alimento sempre più consumato dal popolo italiano.


Non vengono citate fonti, ma viene semplicemente scritto che i principali consumatori di questo piatto ora internazionale ma dall’origine magrebina sono i marocchini e “i figli degli ex sessantottini che non si sono ancora emancipati dai genitori”.
Discutibile la scelta del lessico inappropriato dalla prima all’ultima riga ma ancora di più è clamorosa la totale genericità dei termini, fanno perdere in qualità una testata che ora come ora per la fantasia dimostrata nel tratteggiare situazioni sociali inesistenti potrebbe benissimo essere sostituita con un libro di fiabe.
A me invece non piace raccontare favole, preferisco descrivere a coloro che hanno deciso anche oggi di leggere la nostra informazione genuina ciò che vedo in una delle maggiori capitali del mangiar bene. A Parma nella via principale(via d’Azeglio) del centro ho contato all’incirca sette kebab: uno attaccato all’altro, a Vicenza dalla stazione fino al centro invece ne figurano il doppio.
Perciò risulta scontato che l’Istat abbia semplicemente considerato la grassa fetta economica che sta dietro queste attività, del resto quale altro ristoratore riesce a fornire un piatto di carne, verdure e pane a un prezzo equo che non supera in nessun caso i 5 euro?

Si è capito che le fiabe non mi piacciono e neppure gli scontri e mentre qui in Italia c’è chi cerca la ghettizzazione di un popolo “difficile” come i musulmani, io preferisco un approccio più democratico, non v’è necessità che la pizza escluda il kebab(se la paura, resa tramite veri e propri slogan xenofobici, è questa) o viceversa, meglio fare come me che ogni venerdì mi reco al baracchino di fiducia per assaporare una gustosa e ben stesa pizza-kebab.
In conclusione devo ammettere a malincuore che questo è un periodo difficile per lo stato in cui ognuno afferma un po’ ciò che vuole, sulle leggi, su chi le fa rispettare, perciò non mi sorprende che il Giornale oltre che accanirsi contro i magistrati e i giornalisti ora si scagli pure contro un indifeso Istat.
La soluzione è una sola: Kebab in parlamento!

G. Camedda

Tagliatemi tutto, ma non le leggi alimentari.

Posted by Giacomo in AlterGaster on gennaio 25th, 2011 |  1 Comment »

Nel 1962 la Repubblica Italiana, nonostante fosse immersa tra fanfaniani, dorotei e beatlsmanie pressanti, decise di fare chiarezza su un punto ben preciso: la qualità degli alimenti. Il quattro giugno di quell’anno più che una legge fu forgiato un sistema, un sistema forte che fino ad oggi ha assicurato la totale igienicità del prodotto alimentare. A partire dai Nas, nucleo antisofistificazioni dell’arma dei carabinieri, che con la loro utile azione investigativa hanno ostacolato le frodi dei “furbetti”: quelli che vendono l’etica produttiva per quattro monete luccicanti ma senza sapore. Senza dimenticare però che dietro al movimento dei Nas c’è un apparato di laboratori di profilassi, veterinari e specialisti del settore in genere che dedicano le loro ore di lavoro per tutelare un consumatore che sempre più esige informazioni su ciò che sta addentando, fuori casa e non.
Oggi 24 gennaio, a causa di un malgoverno sintomatico oltre che tagliare i fondi all’istruzione, ai comuni e alle forze dell’ordine si è ben pensato di eliminare pure una legge, proprio la 283/62, stavolta però il “lavoretto” non è riuscito in maniera così pulita generando un caos normativo immane.
Del lancio di questo pesante pomo della discordia si è occupato il ministro per la semplificazione normativa, Roberto Calderoli, già passato alla storia come “il taglia-leggi”. Questa notizia infatti non è del tutto chiara e per offrirvi la massima qualità delle informazioni non posso far altro che appellarmi a coloro che in questo paese non subiscono le influenze dei colori politici: i magistrati, e precisamente alle parole del PM Guariniello:“Dallo scorso dicembre la 283/62 è stata di fatto eliminata, visto che non è stata inclusa nello speciale elenco delle norme da salvare. Per questo motivo, in tribunale non può più essere applicata. E gli imputati, in caso di processo, a meno che non vengano contestati anche altri reati, dovranno essere assolti“.
In sostanza sembra che i furbetti la faranno franca anche questa volta, niente galera per chi ha venduto panettoni con le blatte, latte di acqua e mozzarelle color puffo(proprio l’ultima frode che Guariniello stava analizzando).
Vi sembra questo un comportamento politicamente maturo? A me no, tanto per esemplificare le dimensioni del caos vi basti sapere che solo da pochi giorni i Nas hanno ripreso le loro regolari attività, un segno questo di come nel mondo alimentare italiano in primis debba esserci necessariamente una burocrazia, ma tale deve essere una burocrazia forte.
Credo che se il ministro in persona trovasse degli insetti cinesi nei suoi casoncei alla bergamasca sarebbe il primo ad indossare la cravatta verde e a scendere in piazza, le leggi non si tagliano semmai si migliorano è inutile dichiarare che i casi di frodi in Italia creavano solo una rumorosa bagarre di cui si poteva fare tranquillamente a meno.
Se quindi il campo di sfida deve essere la tutela della qualità alimentare sappia, caro ministro, che per ogni taglia-legge ci sarà sempre uno sceriffo del gusto.

G. Camedda

“L’Olio si tinge di rosso”… a Calenzano di Firenze

Posted by marleneshiva vezzaro in Aria fritta & co. on novembre 11th, 2010 |  No Comments »

Quindicesima fiera dell’Olio e dei Cosmeoli
25-28 Novembre 2010

Appuntamento imperdibile per chi desidera conoscere e scoprire la duplice attitudine dell’olio, indiscusso protagonista nelle diete degli italiani così come nella cosmesi. L’evento mette sotto i riflettori l’olio nuovo delle otto fattorie storiche del luogo, così come i Cosmeoli, ovvero prodotti di bellezza a base d’olio, inventati appositamente per l’ATC-Associazione Turistica Calenzano.
Novità di quest’anno la presenza della città di Maranello (MO) che porterà a bordo di una fiammante Ferrari il tipico “condimento” rosso maranellese da unire all’olio di Calenzano e, per dare un tocco di rosso in più, non mancheranno il tipico Lambrusco e la mela di Maranello.
Cosmetici a base d’olio per il piacere del corpo. Sfilate di moda per il piacere degli occhi. E per il piacere del palato? Saranno allestiti “Oil Corner” gestiti da chef conosciuti che regaleranno momenti gastronomici di qualità, dove l’olio d’oliva, fil-rouge dell’intero evento, esalterà i sapori dei piatti tipici toscani. Le varie osterie dei borghi limitrofi contribuiranno proponendo per l’occasione menù a tema.
E dopo aver nutrito il corpo, dentro e fuori, ci sarà la possibilità di nutrire anche la mente… In serata, al secondo piano del piano espositivo, lo chef di Storia Fabrizio Trallori, stuzzicherà il pubblico con divagazioni di cultura, aneddoti e curiosità tra le più disparate. Venerdì 26 sarà anche possibile assistere al convegno “Salute e Olio”, nel quale una serie di esperti e specialisti illustreranno le ultime scoperte scientifiche riguardo le proprietà antietà dell’olio.
Concludo ricordando l’importante presenza di “Identità Immutate”, movimento no profit che dal 2002 unisce realtà enogastronomiche minori, come i vini del parmense, i salumi umbri e i formaggi valtellinesi, per dare luce alle diverse sfumature dell’immenso scenario dell’agro-alimentare.

Marlène-Shiva Vezzaro

Il significato storico del salume

Posted by Giacomo in EnoGaster on ottobre 26th, 2010 |  No Comments »

”Ma tra quelli che ruminano e tra quelli che hanno l’unghia spartita non mangerete questi: il porco perché ha l’unghia spartita e il piede forcuto, ma non rumina; lo considererete impuro”.

Cominciamo così, con dei versetti tratti dal terzo libro della Torah, il Levitico (precisamente 11:4-7), ossia quella raccolta di leggi atte a fornire una condotta di tipo morale, anche in senso gastronomico e più precisamente indica la giusta dieta che l’ebreo doveva seguire per arrivare alla purificazione.
Già, perché se dovessi analizzare le differenze sostanziali tra le tre grandi matrici culturali nate nel bacino mediterraneo, Ebraismo, Islam e Cristianesimo, definirei quest’ultima come quella dei “mangiatori di maiale”. Gli altri non lo mangiano, per noi europei, invece, assume un significato importante, addirittura vitale, tant’è che in molti “libri delle ore”, quei libelli di preghiere divise per mesi che i miniaturisti del Gotico Internazionale tramutavano in veri e propri gioielli artistici, il maiale è l’animale che scandisce il mese di Novembre, si vedono degli omini intenti a raccogliere ghiande, il pasto preferito del “gosino” così viene chiamato il suino nella zona del parmigiano.
Vietato in un libro, venerato nell’altro.
Facciamo però un passo in avanti, fino all’800 e precisamente alla seconda Rivoluzione Industriale, un cambiamento che detta precisi e reinterpretati regimi alimentari: il “mas-cio” (questo è il vocabolo veneto) infatti è sempre stato allevato ma con l’avvento della meccanizzazione spariscono i boschi del tipico allevamento estensivo in favore delle grandi aziende intensive costruite in simbiosi con i caseifici: dall’alimentazione a base di ghiande a quella del siero.
L’articolo dovrebbe però trattare dei salumi ed è quindi una mia priorità informare che le trasformazioni carnee conservate, quali bresaole, salami e prosciutti, possono essere ottenute anche da equini, bovini, ovini e persino volatili, ma quelle di suini rappresentano al meglio lo sbizzarrirsi dell’uomo nell’arte del mangiare: il chorrizo e il “pata negra” iberico, i wurstel sassoni, il bacon statunitense e le miriadi di lavorazioni della nostra penisola.
Diversi spazi con la coordinata tempo in comune, già, perché tutti i salumi subiscono l’avanzare delle stagioni, che alcuni storici hanno ben pensato di definire come “un’ansia allo stato puro” secondo la considerazione che in un anno può accadere veramente di tutto fino a pensare che il salume potrebbe, in maniera tragicomica, sorpassare la vita di chi lo produce.
Sono questi discorsi che vanno bene fino a un certo punto storico, ora che la filosofia ci definisce come coloro che giocano ad essere dio, spazio e tempo sono valori irrisori la cui interpretazione funge solo se mediata dallo spettro del marketing: ecco che allora Mr. Parmacotto ha la scarsa dignità intellettuale di proporre Finocchione a stelle e strisce (vedi editoriale del 27-09-10), di contro è proprio a Parma, la capitale dei salumi, che si è tenuto il primo festival del salame, quello vero, senza microbi ad azione lattica che dimezzano il tempo di stagionatura e quindi la qualità organolettiche e culturale.
Concludo: del maiale non si butta via niente, neanche la storia.

G. Camedda

Recensione “L’uomo con l’albero d’ulivo” – Love is an olive tree

Posted by marleneshiva vezzaro in EnoGaster on ottobre 16th, 2010 |  No Comments »

L’ulivo, da sempre simbolo della cultura mediterranea, confonde le proprie origini tra miti e civiltà antiche. Secondo i Greci la sua nascita sarebbe da attribuire alla saggia dea Atena, secondo gli Ebrei, invece, il primo seme d’ulivo sarebbe atterrato sulla tomba di Adamo dopo essere piovuto dal Paradiso terrestre. Questa pianta millenaria riveste un importante ruolo simbolico anche nella tradizione cristiana, pensiamo ad esempio a Noè, che riceve da una colomba proprio un ramoscello d’ulivo come segno della rinnovata pacificazione tra Dio e l’umanità. Ma ancora oggi, in questa società confusionaria e confusa, l’ulivo può tingersi di magiche sfumature e trasportarci in un’atmosfera di pace e fratellanza a cavallo tra sogni e realtà.
Ed è proprio in un’atmosfera magica che ci accompagna “L’uomo con l’albero di Ulivo” (Italia 2009), diretto da Gianpaolo Bigolo e vincitore del Premio Speciale Andrea Morelli al Trento Film Festival. Il film-documentario ripercorre l’avventura di Paolo Coppini, proprietario dell’omonima azienda olearia di Parma, che insieme a due amici porta Americo, un bonsai di ulivo, in pellegrinaggio sull’Everest, per scoprire quanto sia facile superare barriere linguistiche e culturali.
Sullo sfondo le cime innevate dell’Himalaya, luoghi sacri e paesini abbarbicati su rupi improbabili; in primo piano Americo. Un ulivo, un protagonista silenzioso, immobile, perfetto, che con la sua semplice presenza mette in risalto l’altro grande protagonista del film, protagonista anche della Vita, l’Uomo. L’Uomo che scopre la difficoltà della salita, che deve scavare continuamente in sé stesso per andare oltre i propri limiti, l’Uomo che viaggia, che scopre volti nuovi, che ha bisogno degli altri… Accompagnato dal mantra “Love is an olive tree” lo spettatore è avvolto da un’atmosfera cosmopolita dove lingue, religioni, piatti e culture diverse si fondono in un sincretismo sincero. I grandi temi esistenziali riecheggiano nell’etere senza avere nulla di didascalico. Americo ci induce a riflettere sulla pace, sulle differenze culturali, sulla tolleranza, ma con i toni pregiati della leggerezza, senza farci dimenticare che siamo fatti anche di carne oltre che di spirito… sorge spontaneo un sorriso solidale nell’apprendere che anche per la “compagnia dell’ulivo”, impegnata in un’avventura di tale levatura morale, non esistono talismani migliori contro la fatica se non salame e formaggio.
Un finale aperto, perchè il viaggio di Americo sia solo il primo capitolo di una grande storia, una storia di dialogo e rispetto scritta da ognuno di noi attraverso la consapevolezza. Un invito a trasportare i temi dell’impresa anche nei gesti più quotidiani. “Nutritevi di cose importanti”, per concludere ecco la frase del film che a mio parere racchiude l’essenza dell’intera avventura.
Grazie Americo.

Marlène-Shiva Vezzaro

“Panoramica ananas”

Posted by marleneshiva vezzaro in GasterScienza on ottobre 12th, 2010 |  No Comments »

L’ananas compare sulle tavole europee solo dopo la scoperta dell’America e per molti anni rimane un prodotto d’èlite a causa del suo costo elevato. Ancora oggi si trova al terzo posto tra la frutta d’oltremare in termini di tonnellate importate, probabilmente perchè non adatto a un consumo individuale e per i ‘limiti tecnici’ del consumo, causati dallo spessore dell’epicarpo e dalla sua forma particolare che possono scoraggiare le persone più pigre. Ma non esagerava di certo padre Dutertre, durante il XVII secolo, nel definire l’ananas come “re dei frutti perchè cinto da corona”; al di là dell’ estetica e dell’ottimo gusto questo frutto, per essere più precisi questa infruttescenza, ha anche interessanti proprietà nutritive.
Innanzitutto l’ananas è ricco di vitamina A, Iodio, Magnesio, Calcio, Fosforo, Zolfo e Potassio. Viene consigliata spesso nelle diete per la sua azione anoressante, ovvero che induce un buon indice di sazietà; tra gli altri principi fitoterapici possiamo citare la funzione antidepressiva, antinfiammatoria e l’azione sinergica nelle terapie antibiotiche e antitumorali.
Non possiamo non sottolineare la presenza di Bromelina, un enzima proteolitico, (in grado di degradare proteine in aminoacidi), che aiuta ad assimilare le proteine e facilita l’assorbimento dei nutrienti. La bromelina mostra buona resistenza alla cistatina, sostanza presente nella saliva in grado di inattivare, invece, altri enzimi proteolitici. Gode poi di un assorbimento soddisfacente a livello della mucosa intestinale. La percentuale maggiore di tale sostanza si trova nel gambo, che solitamente viene eliminato durante la porzionatura del frutto fresco… è quindi buona abitudine, per assimilare maggiori quantità di bromelina, mangiare fette di ananas intere, d’altronde il gusto del gambo non è diverso dal resto della polpa, risulta solo leggermente più duro da masticare. E come dice il proverbio “chi bello vuole apparire….”

Marlène-Shiva Vezzaro

buona n…UOVA

Posted by marleneshiva vezzaro in GasterScienza on settembre 30th, 2010 |  No Comments »

L’altra sera in palestra ho potuto ascoltare la conversazione di tre ‘ominidi-super-muscolosi’ che dibattevano sulle rispettive tecniche per raggiungere un’ overdose di proteine… Stavo quasi per cadere dal ‘tapis-roulant’ quando uno dei tre ha esclamato in tono goduto: “Io uso il vecchio metodo, il migliore, mangio uova su uova crude…”
Errore, errore, errore! Il nostro ‘mister muscolo’ era ignaro del fatto che consumando uova crude non vengono assorbite circa il 70% delle proteine presenti nell’albume. La cottura è indispensabile per rendere digeribile l’albumina, una proteina che altrimenti viene eliminata con le feci. Ed è altresì indispensabile per inattivare l’avidina, una proteina che sottrae all’organismo biotina (Vitamina H), formando con quest’ultima un composto non digeribile. Il segreto quindi, per sfruttare al meglio le proteine dell’uovo, è quello di consumarle cotte, anche una temperatura inferiore a quella de bollitura, cicra 70° C è sufficiente.
Già che siamo in argomento uova, vi svelo ancora un altro piccolo segreto… Vi è mai capitato che si formasse, durante la cottura, un alone verdastro? Questo accade per la presenza di idrogeno solforato nell’albume, ma niente paura, anche se non è bello a vedersi non è tossico! Non è quindi un indicatore del fatto che le nostre uova siano scadute o non edibili. Inoltre può essere facilmente eliminato ponendo le uova in acqua fredda dopo la cottura.
Mi sarebbe piaciuto informare quel ‘ragazzo-dai-bicipiti-grandi-come-prosciutti’ su come assumere in maniera efficiente le proteine dell’uovo, anche perchè ho seri dubbi riguardo al piacere che l’ingestione di sorsate di albume crudo possa provocare… Ma ho discretamente evitato di fare la figura della saputella; posso solo assicurarmi che sia anche lui un accanito lettore del blog!

La svolta analcolica,un valore aggiunto per cui l’effetto serra fa male.

Posted by Giacomo in Aria fritta & co. on agosto 18th, 2010 |  No Comments »

Tutto è cominciato al Ferrock, manifestazione musicale tenutasi al Parco Retrone di Vicenza.
Buone melodie accompagnate da vini mediocri, dal Marzemino al Durello. Non tutti però hanno i miei stessi gusti (purtroppo) ed ecco che vicino al gazebo che serviva succo d’uva fermentato è comparso da quest’anno un baracchino in legno che offre bevande miscelate analcoliche.
In una città che come tante ora soffre un’impennata delle temperature incredibile certe scelte di beverage non vengono fatte a caso: l’alcol strema e fa sudare, soprattutto per i neofiti che non hanno ancora preso confidenza con questa stupenda materia.
L’opzione dell’analcolico naturale quindi risulta essere più corroborante e rinvigorente. Attenzione all’aggettivo naturale già perché non mi riferisco a bevande chimiche come Coca-cola e red bull, l’energia che proviene da questi nuovi drink non è caffeina o taurina sintetizzata in laboratorio, bensì nasce dalle riserve vitaminiche contenute nel kiwi, negli agrumi e più ampiamente nella frutta. Vicenza del resto è solo la punta di un iceberg (rifacendomi all’effetto serra) grande quanto il mondo, da Milano a New York si miscelano dolci succhi per soddisfare le esigenze calorose dell’utenza.
E’ come assistere a una New Age del drink, un ritorno di fiamma della cultura hippie se vogliamo, visto il colore psichedelico delle bevande.
Oltre ai beveroni a base di frutta c’è anche la rivisitazione del bere “all’antica”: nomi come cedrata, orzata e latte di mandorla ritornano nei menù accompagnati da estratti liquidi di ginseng e zenzero o tè cinese fermentato per aggradare il cliente più attaccato al fusion.
La concezione green di questo bere estivo è inoltre coadiuvata dal rapporto moralistico e puritano guida-alcol.
A riguardo vi rimando ad uno dei miei primi editoriali “Olio acqua e peperoncino” perché le estati passano ma certe idee restano fisse.
Perciò la sconvolgente catena di autodistruzione provocata dall’effetto serra non fa solo sciogliere i ghiacciai innalzando così il livello dei mari ma, soprattutto, ci costringe a bere analcolico!

G. Camedda

Latte in polvere e vacche di carta.

Posted by Giacomo in Aria fritta & co. on agosto 18th, 2010 |  No Comments »

Volete sapere qual è il settore che in Italia risente più della crisi? Quello del latte!
Mi sveglio alla mattina, vado in cucina perché mi aspetta una tazza fumante di caffèlatte. Un gesto così quotidiano che sono poche le persone a porsi la domanda:”Che cosa bevo in realtà?”.
Molti non si interrogano perché pensano di vivere in un paese che mette la qualità del prodotto al primo posto.
Ora una domanda provocante per i lettori:”Vi piacerebbe bere vino in polvere?”. Non credo. Come non vi andrebbe a genio assumere, giorno dopo giorno, latte in polvere. Eppure, in quello che un tempo veniva elogiato come il bel paese, va così. Tralasciamo l’etica, è chiara la poca lealtà e trasparenza verso il consumatore. Ma la tutela verso il produttore è ancora più torbida e indignante. Il prezzo di allevamento di una vacca da latte, tra mangimi e manutenzione, è di circa 800 euro, capite bene cosa voglia significare per un produttore vendere il proprio prodotto all’irrisorio prezzo oscillante dai 28 ai 37 centesimi il litro.
Chi ha permesso tutto questo?
Le stesse persone che hanno lasciato entrare in commercio la mozzarella blu. Magari il problema fosse solo una mozzarella anomala. La vera spina nel fianco è che al supermercato, l’assassino della buona tavola, gran parte dei latticini vengono confezionati con latte ad alta percentuale di furosina. Per intenderci latte in polvere.
Così costa meno, penserebbe l’impiegato sotto pagato mentre esplora col carrello gli scaffali di un discount, ma la qualità e il guadagno in salute non hanno prezzo. La crisi c’è, che si voglia riconoscere o no, ed è a matrioska. Cosicché chi ha la busta paga tagliata dovrà spezzare pure il prezzo della spesa ingrassando le multinazionali e facendo fallire coloro che producono il latte buono e onesto.
Allora si sono inventati le quote, ecco che nascono le mucche di carta. Proprio così, perché secondo alcune stime anagrafiche in Italia esistono allevamenti capaci di contenere 12000 vacche quando invece il numero effettivo non supera il migliaio se non la centinaia per capannone.
Quindi sorge il dubbio, la distopia che quel latte da noi bevuto o mangiato non sia italiano in primis, ma sloveno, tedesco o ungherese e non abbia neppure il sapore del latte vero!
Allora quali potrebbero essere le soluzioni?
L’Europa non tutela la produzione genuina, anzi, solitamente si schiera a favore di chi vende la polvere annacquata e in tutta risposta il ministero dell’agricoltura elabora le classiche promesse di facciata.
Io il latte lo prendo a 50 centesimi il litro in un distributore biologico a pochi chilometri da casa e il formaggio in uno di quei posti in via d’estinzione che qui prendono il nome di “casolin” dove le ricotte, i caci e le mozzarelle sanno di latte.
Perché sono stanco di vedere lo svalutarsi continuo di due cose che per importanza alienano la dimensione già tragica di produttori e consumatori: la salute ma soprattutto il gusto.

G. Camedda

“CARO, SCENDO AL TERZO PIANO A PRENDERE LE CAROTE…”

Posted by marleneshiva vezzaro in GasterScienza on luglio 7th, 2010 |  No Comments »

Uno studio degli ultimi anni prevede che nel 2050, quando la popolazione raggiungerà gli 8 miliardi, la terra che resterà per l’agricoltura sarà insufficiente, con una conseguente mancanza di cibo anche in Occidente. Ma niente allarmismi, una soluzione plausibile potrebbe essere quella della costruzione di ‘’fattorie verticali’’ nelle città.

Le “sky farm” sono  condomini  in cui, insieme agli appartamenti, ci saranno ampi spazi per le coltivazioni idroponiche; materiale da far invidia all’architetto Sant’Elia! La coltura idroponica permette di far sviluppare le piante in soluzioni di acqua e sostanze nutritive, senza bisogno di terra e non si tratta dell’ultima trovata scientifica, infatti pare che sia stata una tecnica scoperta da Leonardo Da Vinci. Sebbene i costi siano ancora piuttosto elevati, le “sky farm” comporterebbero una  produzione maggiore, da 4 a 6 volte in più rispetto al metodo tradizionale e consumerebbero solo il 5% dell’acqua necessaria per una normale coltivazione, con un notevole risparmio energetico.

Il brevetto per lo studio delle “fattorie verticali” è della Columbia University di New York, ma esperti  di tutto il mondo si sono recentemente confrontati a Roma,durante il convegno “Greenup- urban vertical farm” che si è tenuto la seconda settimana di Gennaio, sulle possibilità di concretizzare lo sviluppo delle “sky farm” .

E per quanto riguarda la qualità?  Carlo Cannella (professore ordinario di Scienze dell’Alimentazione alla Sapienza di Roma, ndr) parla in termini positivi dei prodotti che derivano da colture idroponiche. Afferma infatti che saranno sicuramente prodotti  sicuri poiché privi di pesticidi e inquinanti, il gusto sarà sostanzialmente identico e inoltre: “Se mangiamo le fragole cresciute in serra, perché non mangiare quelle cresciute in condominio?”

Naturalmente lo sviluppo su larga scala delle “torri verdi” dovrà essere affrontato con un approccio critico e costruttivo.  Per ora si parla di esperienze frammentarie ma negli Stati Uniti hanno già costruito grattacieli agricoli nei quali coltivano lattuga con il metodo idroponico… uno scenario futuribile prevede l’incremento di spinaci, pomodori, piselli e perfino frutta come albicocche e fragole. Qualcosa pare muoversi anche in Italia; l’Enea infatti sta progettando una gigantesca “vertical farm” che diventerà il simbolo dell’Expo di Milano nel 2015, il nome sarà decisamente ambizioso: “Skyland”.

Sarà un caso isolato di ostentazione tecnologica o  l’inizio di una nuova Rivoluzione  Agricola?

Ai posteri l’ardua sentenza…

Marlène-Shiva Vezzaro