Recensione “L’uomo con l’albero d’ulivo” – Love is an olive tree

L’ulivo, da sempre simbolo della cultura mediterranea, confonde le proprie origini tra miti e civiltà antiche. Secondo i Greci la sua nascita sarebbe da attribuire alla saggia dea Atena, secondo gli Ebrei, invece, il primo seme d’ulivo sarebbe atterrato sulla tomba di Adamo dopo essere piovuto dal Paradiso terrestre. Questa pianta millenaria riveste un importante ruolo simbolico anche nella tradizione cristiana, pensiamo ad esempio a Noè, che riceve da una colomba proprio un ramoscello d’ulivo come segno della rinnovata pacificazione tra Dio e l’umanità. Ma ancora oggi, in questa società confusionaria e confusa, l’ulivo può tingersi di magiche sfumature e trasportarci in un’atmosfera di pace e fratellanza a cavallo tra sogni e realtà.
Ed è proprio in un’atmosfera magica che ci accompagna “L’uomo con l’albero di Ulivo” (Italia 2009), diretto da Gianpaolo Bigolo e vincitore del Premio Speciale Andrea Morelli al Trento Film Festival. Il film-documentario ripercorre l’avventura di Paolo Coppini, proprietario dell’omonima azienda olearia di Parma, che insieme a due amici porta Americo, un bonsai di ulivo, in pellegrinaggio sull’Everest, per scoprire quanto sia facile superare barriere linguistiche e culturali.
Sullo sfondo le cime innevate dell’Himalaya, luoghi sacri e paesini abbarbicati su rupi improbabili; in primo piano Americo. Un ulivo, un protagonista silenzioso, immobile, perfetto, che con la sua semplice presenza mette in risalto l’altro grande protagonista del film, protagonista anche della Vita, l’Uomo. L’Uomo che scopre la difficoltà della salita, che deve scavare continuamente in sé stesso per andare oltre i propri limiti, l’Uomo che viaggia, che scopre volti nuovi, che ha bisogno degli altri… Accompagnato dal mantra “Love is an olive tree” lo spettatore è avvolto da un’atmosfera cosmopolita dove lingue, religioni, piatti e culture diverse si fondono in un sincretismo sincero. I grandi temi esistenziali riecheggiano nell’etere senza avere nulla di didascalico. Americo ci induce a riflettere sulla pace, sulle differenze culturali, sulla tolleranza, ma con i toni pregiati della leggerezza, senza farci dimenticare che siamo fatti anche di carne oltre che di spirito… sorge spontaneo un sorriso solidale nell’apprendere che anche per la “compagnia dell’ulivo”, impegnata in un’avventura di tale levatura morale, non esistono talismani migliori contro la fatica se non salame e formaggio.
Un finale aperto, perchè il viaggio di Americo sia solo il primo capitolo di una grande storia, una storia di dialogo e rispetto scritta da ognuno di noi attraverso la consapevolezza. Un invito a trasportare i temi dell’impresa anche nei gesti più quotidiani. “Nutritevi di cose importanti”, per concludere ecco la frase del film che a mio parere racchiude l’essenza dell’intera avventura.
Grazie Americo.

Marlène-Shiva Vezzaro

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